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SI PUÒ MORIRE DI ANORESSIA A SOLI 20 ANNI

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Siamo la Fondazione 13 Dicembre che si occupa dal 2012 di contrasto all’Obesità e di problematiche legate all’alimentazione in età pediatrica e adolescenziale. Occupandoci di queste tematiche non possiamo non rivolgere la nostra attenzione ad una notizia che in questi giorni è stata riportata su varie testate giornalistiche, quella relativa alla morte di un giovane ragazzo di 20 anni, causata dall’Anoressia Nervosa. Riteniamo sia utile dare alcune informazioni utili riguardo a questa patologia. L’anoressia nervosa è un disturbo del comportamento alimentare. 

Cosa sono i Disturbi del comportamento alimentare? Sono delle malattie mentali che si manifestano con pensieri, valutazioni, atteggiamenti e comportamenti alterati rispetto al peso, alle forme del corpo e  all’alimentazione. Fanno parte di questi disturbi l’Anoressia Nervosa, la Bulimia Nervosa e il Disturbo dell’Alimentazione Incontrollata, ma anche disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati, disturbi sottosoglia e forme ibride. Nello specificol’Anoressia Nervosa colpisce per lo più ragazze/i adolescenti, che vivono il proprio corpo come un elemento che deve esseremodificato per poter raggiungere un modello idealizzato di magrezza e perfezione. Il tutto può iniziare con una semplice dieta, che, con il passare del tempo, diventa sempre più restrittiva conducendo al raggiungimento di un sottopeso importante con conseguente perdita del ciclo mestruale e riduzione della massa muscolare. Chi soffre di questo disturbo non è privo di fame ma il segnale corporeo della fame viene vissuto come pericoloso e viene combattuto. Cedere ai “morsi della fame” influenza la propria autostima e la persona finisce con il disprezzare se stessa. A volte l’importante restrizione calorica e/o la dieta ferrea che elimina gli alimenti piuttosto che ben bilanciarli, può condurre ad una abbuffata, ossia ad ingerire una grande quantità di cibo in un arco di tempo estremamente breve, passando dal dolce al salato(Abbuffata oggettiva), sperimentando una sensazione di perdita di controllo e successivamente un forte senso di colpa al termine dell’episodio, la cui fine può essere determinata dall’essere interrotti o dall’avvertire un senso di pienezza doloroso, o può portare a mangiare più calorie rispetto a quelle che si era prefissati di raggiungere nell’arco della giornata, come una mela intera (Abbuffata soggettiva). Di fronte a questi episodi i rimedi che vengono utilizzati possono essere vari: vomito autoindotto, attività fisica intensa, digiuno totale. Ognuno di essi viene utilizzato solo e unicamente con lo scopo di perdere peso e le calorie in eccesso derivate dalle abbuffate. Chi sviluppa l’Anoressia Nervosa? Il 90% delle persone colpite appartiene al sesso femminile, il restante 10 % a quello maschile. L’età di esordio del disturbo è tra i 12 e i 25 anni, anche se recentemente sembra si stia notevolmente abbassando l’età di insorgenza, per cui possiamo trovarci di fronte a diagnosi effettuate intorno ai 10 anni.

Quali sono i sintomi? 

• Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo per età e altezza;
• Intensa paura di acquisire peso anche se sottopeso;
• Alterazione del modo in cui viene vissuto il peso e la forma del corpo. Il corpo viene percepito grasso anche se sottopeso (distorsione dell’immagine corporea)
• Eccessiva influenza del peso e della forma corporea sull’autostima

La presenza di assenza del ciclo mestruale è indicativa della gravità del disturbo.

Quali sono i segnali di allarme? Non è semplice distinguere l’inizio di un’innocua mania da l’insorgenza di una malattia. I primi due indizi che possono farci dedurre che si tratti della seconda opzione, sono una drasticità nel cambiamento del regime alimentare dietetico, la repentinità con cui questo viene messo in atto e la ferrea costanza con cui viene perpetuato. L’attenzione è da porre anche verso le continue visite alla toilette dopo i pasti e per la presenza di un estrema iperattività e un eccessivo esercizio fisico. Cosa è importante osservare nello specifico? Tutto quello che si ritiene preoccupante: cosa mangia e cosa no; gli alimenti e i condimenti che vengono eliminati; se mangia molto lentamente sminuzzando il cibo e facendone dei bocconi piccolissimi; dove mangia se cerca di mangiare in posti appartati o in solitudine se evita ogni evento in cui è presente del cibo, se è sempre l’ultima/o ad alzarsi da tavola; se il momento del pasto è fonte di nervosismo, muso lungo e voglia di litigare; se ha trascorso il tempo a cucinare, se rimane a guardare mentre gli altri mangiano senza aver toccato nulla, se si offende se non vengono apprezzate le sue ricette; se si mostra preoccupata/o della linea e fa continuamente discorsi sulle proprie forme corporee nonostante sia magra/o; se non vede più gli amici, non cerca più nessuno e si rifiuta di uscire se viene invitata/o; se sembra aver cambiato carattere, si mostra più depressa/o, passa dall’euforia alla malinconia in maniera repentina e frequente nell’arco della giornata.

Perché ci si ammala di questo disturbo? Un disturbo del comportamento alimentare si sviluppa quando, in una condizione di vulnerabilità preesistente a livello personale e/o familiare la persona sente di non avere le risorse necessarie per far fronte ad un evento traumatico (lutti, violenze) o ad un evento di vita comune che viene vissuto dalla persona come tale(difficoltà scolastiche, fine di una relazione). Nelle donne un evento significativo può essere lo sviluppo e tutti i cambiamenti corporei ad esso associati, che spesso sono bruschi e colgono la ragazza ancora bambina, a dover affrontare qualcosa che per l’età e le poche o inesatte informazioni ricevute si sente impreparata. L’impreparazione può generare sentimenti di impotenza, inadeguatezza, incompetenza, scarso valore personale e paura di perdere il controllo. Alla domanda assillante “cosa c’è che non va in me?” viene trovata data un’unica risposta “ciò che non va in me è il mio corpo”. Le diete e la conseguente perdita di peso generano, inizialmente, risposte sociali positive, e sentimenti di autoefficacia, controllo, autonomia e padronanza di se mai provati prima. Il pensiero si sposta e dalle situazioni problematiche concentrandosi solo e unicamente sul peso, sul corpo e sul cibo fino alla convinzione che il proprio valore personale, la propria amabilità e l’identità personale dipendano dal peso sulla bilancia, dalla taglia dei vestiti, dalla propria immagine corporea e dalla propria capacità di auto controllarsi.

Come comportarsi se si teme la presenza di un disturbo del comportamento alimentare? Parlate, non abbiate paura di farlo, di raccontare al vostro medico i vostri dubbi e timori. Meglio fare qualcosa in più piuttosto che trascurare qualcosa e lasciar fare al tempo. Parlatene ai vostri parenti,gli amici, ai vostri fratelli/sorelle, figli in difficoltà, rivolgetevi agli insegnanti ai presidi degli istituti scolastici, ma soprattutto rivolgetevi a centri specializzati. Avete un problema, dovete cercare di risolverlo e non tentare da soli. Da soli non è possibile guarire da questi disturbi. Come comportarsi nello specifico con un figlio/a in difficoltà? Esprimete i vostri dubbi e le preoccupazioni trasmettendo loro l’interesse e la preoccupazione che il loro stato di salute psico-fisico vi suscita. Sentiranno così che gli state tendendo una mano. Non aspettatevi che le cose possano cambiare da un giorno all’altro solo perché ne avete parlato, e non chiedete loro un cambiamento immediato perché questo interromperebbe il contatto creato rendendo vana ogni cosa. Valutate l’opportunità di avere un colloquio con qualcuno che possa aiutare sia voi che loro, a risolvere il problema. Se vostra/o figlia/o non vuole farsi curare parlatene insieme chiaramente con fermezza e decisione. Anche opporsi alle cure è un voler sperimentare fino a dove ci si possa spingere. Se non vogliono aiuto non negatelo a voi stessi, cercate sostegno e dite loro la vostra decisione, può essere utile a far capire loro che state facendo sul serio. Per ciò che riguarda le regole da stabilire a tavola siate fermi e decisi non si digiuna, non si obbliga l’intera famiglia a pasti impossibili a orari assurdi. Non cucinate cibi diversi, non cambiate le abitudini, non lasciate che vi monopolizzino la cucina, se per seguire la dieta sono arrivati a prepararsi il cibo da soli lasciateglielo fare ma siate voi a dettare le regole, non permettete di farvi imporre i loro gusti e il loro regime dietetico

Come comportarsi al momento del pasto? Evitate che la conversazione a tavola sia ridotta a parlare di cibo. Parlare solo di questo significa dare al cibo la stessa importanza che gli danno loro. Cercate di trovare argomenti diversi per instaurare un dialogo e distogliere l’attenzione dal problema alimentare. Sia che mangi o che non mangi fate in modo che resti a tavola fino a quando tutti avranno finito di mangiare. Accettate la sua scelta di non toccare cibo e spostate l’attenzione sul piano della compagnia. Il pranzo e la cena sono i momenti in cui l’ansia sale a livelli insostenibili per cui discutere del problema a pranzo o a cena quindi nel luogo e nel momento più ansiogeni in assoluto può contribuire a farli rifugiare nella loro malattia.Non assumete il controllo del suo peso, di quanto mangia o delle ricorrenze delle loro abbuffate, non violate la loro privacy. 

 

Se avete dei dubbi e perplessità, se avete paura di trovarvi di fronte a questa malattia ma non ne siete sicuri, o avete un amico o un parente che pensiate possa soffrirne e non sapete bene come comportarvi, presso la nostra fondazione potete usufruiregratuitamente di uno sportello di aiuto psicologico, dove una psicologa dell’alimentazione esperta potrà fornivi aiuto, indicazioni e consigli. Sarà nostra premura, davanti alla presenza di un Disturbo del Comportamento Alimentare indirizzarvi verso la struttura più adeguata. I disturbi del comportamento alimentare sono malattie mentali con gravi complicanze fisiche. Per questo è importante rivolgersi ad un centro fornito di un equipe multidisciplinare (psicologi-psicoterapeuti; medici nutrizionisti; medici psichiatri) che collaborino attivamente alla diagnosi e alla terapia e che valutino in maniera congiunta lo stato di salute del paziente. 

 

www.fondazione13dicembre.it 

 

18/02/2020

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