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TERREMOTO NEL CALCIO ITALIANO

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Il calcio italiano si sveglia con una scossa che nessuno può ignorare. Dopo l’ennesima delusione sportiva — l’eliminazione degli Azzurri dal cammino verso i Mondiali — Gabriele Gravina ha annunciato le sue dimissioni da presidente della FIGC. Un passo indietro pesante, che segna la fine di un ciclo e apre una fase tutta da riscrivere.

Non è finita qui: insieme a lui lascia anche Gianluigi Buffon, capo delegazione della Nazionale. Una figura simbolica, uno degli ultimi legami diretti con il calcio che vinceva davvero. Le sue parole sono state nette: “Un atto di responsabilità. Io lo avrei fatto un minuto dopo la fine della gara con la Bosnia”.

Una crisi che viene da lontano

Per molti giovani tifosi, questa eliminazione è solo l’ultimo capitolo di una storia complicata. Ma chi segue il calcio italiano da qualche anno sa che i segnali c’erano già: infrastrutture vecchie, vivai poco valorizzati, campionati sempre meno competitivi a livello internazionale.

La mancata qualificazione ai Mondiali non è più un incidente isolato: sta diventando un problema strutturale.

Fine di un’era, ma anche occasione

Le dimissioni di Gravina non sono solo una resa dei conti. Possono essere anche un punto di partenza. Il 22 aprile è già fissata la data per eleggere il nuovo presidente della FIGC, e la domanda è una sola: cambierà davvero qualcosa?

I tifosi più giovani chiedono un calcio diverso. Più moderno, più meritocratico, più connesso con ciò che succede nel resto d’Europa. Meno politica, meno giochi di potere, più campo.

E Buffon?

L’addio di Buffon pesa forse ancora di più sul piano emotivo. Non era solo un dirigente: era un simbolo, un punto di riferimento. La sua uscita di scena lascia un vuoto anche a livello identitario.

Ma forse è proprio questo il segnale più forte: nessuno è intoccabile. E se perfino una leggenda decide di farsi da parte, significa che il cambiamento non è più rimandabile.

Il futuro è adesso

Il calcio italiano è a un bivio. Continuare a raccontarsi che “andrà meglio la prossima volta” oppure affrontare davvero i problemi.

Per una generazione cresciuta senza Mondiali (o quasi), la pazienza sta finendo. Serve una rivoluzione vera, non solo nuovi nomi.

Il 22 aprile non sarà solo un’elezione. Sarà un test: capire se il calcio italiano ha davvero intenzione di rialzarsi. Oppure no.

02/04/2026

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