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COLUMBIA UNIVERSITY SOTTO ACCUSA: GLI STUDENTI CONTESTANO LA PRESIDE PER IL CASO MAHMOUD KHALIL

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In quella che doveva essere una giornata di festa, la cerimonia di laurea alla Columbia University si è trasformata in un momento di forte tensione e protesta. Un gruppo di studenti ha contestato apertamente la preside Claire Shipman, chiedendo a gran voce la liberazione di Mahmoud Khalil, lo studente siriano arrestato dall’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e attualmente detenuto in un centro di detenzione in Louisiana.

Mahmoud Khalil non è un nome qualsiasi nel campus: lo scorso anno era stato uno dei volti principali delle manifestazioni pro-Palestina organizzate all’interno dell’università. Il suo arresto, avvenuto in circostanze che in molti definiscono opache, ha acceso una discussione accesa su diritti civili, libertà di espressione e il ruolo delle università nella protezione dei propri studenti internazionali.

Durante il suo discorso, la preside Shipman ha riconosciuto il malcontento:

“So che molti di voi provano una certa frustrazione nei miei confronti e so che la provate anche nei confronti dell’amministrazione”, ha dichiarato, mentre dalla platea si levavano cori e cartelli a sostegno di Khalil.

Molti studenti vedono nella vicenda un simbolo della crescente criminalizzazione del dissenso, specialmente quando a protestare sono giovani stranieri.
“Mahmoud ha solo espresso un’opinione politica. È questo che rischiamo oggi negli USA? Di essere arrestati per le nostre idee?”, ha detto una studentessa del dipartimento di Scienze Politiche.

Il caso Khalil ha fatto breccia anche al di fuori del campus, alimentando un dibattito nazionale sul rapporto tra giustizia, immigrazione e libertà accademica. Per i giovani che oggi si affacciano al mondo del lavoro e della vita adulta, la storia di Mahmoud è un monito e una chiamata all’impegno.

La protesta degli studenti della Columbia, infatti, è solo l’ultima di una lunga serie di mobilitazioni giovanili che dimostrano come le nuove generazioni non siano disposte a restare in silenzio. Anche nei giorni più solenni, la voce della coscienza civile può – e deve – farsi sentire.

21/05/2025

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