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Valentina Pelliccia: “Il discredito precede spesso la verità. È così che si costruisce una narrazione nella comunicazione contemporanea”

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La giornalista ed esperta di comunicazione Valentina Pelliccia analizza i meccanismi attraverso cui si rende una persona riconoscibile senza nominarla, incidendo sulla reputazione e sulla credibilità prima ancora dei fatti.

Negli ultimi giorni il suo nome è stato indirettamente associato a contenuti che non la citano esplicitamente ma risultano, per molti, riconducibili alla sua figura. Come interpreta questo tipo di esposizione?

«Chi ha una formazione nella comunicazione sa che non tutte le notizie nascono con una funzione informativa. Alcune operano, piuttosto, come dispositivi di costruzione della percezione. È una distinzione che ha radici profonde. Walter Lippmann, già nel 1922, parlava di “pseudo-ambiente”, descrivendo uno spazio simbolico in cui gli individui non reagiscono ai fatti, ma alle rappresentazioni mentali che ne derivano.

Quando una narrazione rende una persona riconoscibile senza nominarla, agisce esattamente su questo piano. Non definisce un’identità in modo esplicito, ma orienta il pubblico verso un processo di identificazione. È lì che si produce il passaggio più delicato: l’allusione smette di essere tale e si trasforma, nella percezione collettiva, in una convinzione.»

Siamo quindi di fronte non a una casualità, ma a un meccanismo preciso?

«Parlerei di dinamiche tutt’altro che casuali. Pierre Bourdieu utilizzava l’espressione “potere simbolico” per descrivere una forma di influenza che si esercita senza dichiararsi apertamente. Non si impone una verità, si costruiscono le condizioni affinché quella verità appaia plausibile.

In questi contesti non è necessario affermare direttamente qualcosa. È sufficiente predisporre una struttura narrativa coerente, all’interno della quale il lettore giunge autonomamente a una conclusione. Ed è proprio questa apparente autonomia a rendere il meccanismo così sofisticato e, allo stesso tempo, così difficile da decostruire.»

Qual è l’effetto di questo tipo di costruzione sulla percezione pubblica?

«Qui entriamo nel campo dei processi cognitivi. Daniel Kahneman ha mostrato come il pensiero umano operi attraverso sistemi rapidi, automatici, orientati a ridurre la complessità. Quando una narrazione lascia margini di indeterminatezza, il lettore tende naturalmente a colmarli, integrando le informazioni mancanti con schemi già presenti nella propria mente.

Questo significa che non è necessario fornire prove esplicite. È sufficiente introdurre un elemento ambiguo, coerente con un determinato schema interpretativo, perché il sistema cognitivo completi autonomamente il quadro. È un meccanismo estremamente potente proprio perché agisce al di sotto del livello della consapevolezza.»

Ha recentemente annunciato un progetto editoriale legato a un’esperienza personale delicata. Questo elemento può avere un peso nel contesto attuale?

«È un elemento che non può essere ignorato. Quando una persona decide di affrontare pubblicamente un tema sensibile come quello delle molestie, entra inevitabilmente in uno spazio ad alta esposizione. In questi contesti, la gestione della credibilità diventa centrale.

Erving Goffman, nei suoi studi sull’identità sociale, spiegava come ogni individuo costruisca una rappresentazione di sé nello spazio pubblico. Se quella rappresentazione viene alterata dall’esterno, tutto ciò che segue tende a essere interpretato attraverso quella distorsione. È qui che si colloca quello che possiamo definire un tentativo di anticipazione narrativa: intervenire prima, per orientare la lettura di ciò che verrà dopo.»

Sente la necessità di chiarire qualcosa rispetto a quanto sta circolando?

«Ritengo doveroso precisare che alcune ricostruzioni diffuse non corrispondono alla realtà. Lo affermo con la serenità di chi ha costruito nel tempo un percorso coerente, fondato su responsabilità professionale e integrità personale. Chi mi conosce sa perfettamente quali siano i miei valori e il mio modo di lavorare.

Allo stesso tempo, da osservatrice della comunicazione, trovo particolarmente significativo il modo in cui certe narrazioni prendono forma. Perché, al di là del contenuto, è la struttura stessa del racconto a renderle riconoscibili.»

Come sta vivendo personalmente questa fase?

«Sarebbe poco realistico negare l’esistenza di una componente di preoccupazione. Quando si entra in dinamiche in cui elementi non veritieri vengono fatti circolare in modo indiretto, è naturale interrogarsi sulle possibili evoluzioni.

Non si tratta di una reazione emotiva, ma di una valutazione lucida del contesto. Chi ha familiarità con questi meccanismi sa che raramente si tratta di episodi isolati. La questione, quindi, non riguarda soltanto ciò che è stato detto, ma ciò che potrebbe essere costruito successivamente.

Allo stesso tempo, tengo a precisare un punto fondamentale. Il progetto editoriale a cui sto lavorando non contiene nomi, né elementi idonei a rendere identificabili le persone coinvolte. Si tratta di una scelta consapevole, dettata da responsabilità e da esigenze di tutela. Non è, in alcun modo, un’operazione contro qualcuno.»

Questo contribuisce a rendere più chiara la lettura della situazione?

«Sì, perché rende evidente il contrasto. Da un lato si sceglie di non esporre, dall’altro si viene esposti indirettamente. Ed è proprio in questo scarto che il meccanismo diventa leggibile.

Chi conosce questi strumenti non ha bisogno di dichiarazioni esplicite. È in grado di riconoscerne la logica.»

Come si difende oggi una reputazione in un contesto simile?

«Con lucidità, metodo e coerenza. La comunicazione non è soltanto espressione, ma gestione della complessità. Reagire in modo impulsivo significa entrare nella narrazione costruita da altri. Mantenere una linea coerente significa continuare a costruire la propria.

La vera forza, oggi, non consiste nel rispondere a tutto, ma nel selezionare ciò che merita legittimazione. Perché, in determinati contesti, ogni risposta non chiarisce, ma amplifica.»

In sintesi, cosa sta accadendo?

«Sta accadendo qualcosa che chi studia comunicazione riconosce con precisione: la costruzione di una percezione che precede i fatti e ne orienta l’interpretazione. Tuttavia, quando questi meccanismi diventano visibili, perdono gran parte della loro efficacia.

E a quel punto resta un elemento essenziale: la sostanza. Ed è sempre la sostanza, nel tempo, a determinare la credibilità.»

16/04/2026

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