Sono passati dieci anni dalla scomparsa e dall’uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore friulano rapito al Cairo nel 2016. Dieci anni senza una verità giudiziaria, senza giustizia piena. Un anniversario che pesa come un macigno, soprattutto per una generazione di giovani che in Giulio continua a riconoscersi: studente brillante, ricercatore curioso, cittadino del mondo, convinto che capire la realtà fosse un modo per migliorarla.
Nel giorno del ricordo, le parole della madre, Paola Deffendi, colpiscono per la loro lucidità amara: “È mancato il coraggio”. Un’accusa che non è solo rivolta ai responsabili materiali del delitto, ma anche alla comunità internazionale e alla politica, incapaci – secondo la famiglia – di andare fino in fondo pur di non compromettere equilibri diplomatici ed economici.
Un messaggio forte arriva anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che scrive ai genitori di Giulio: “La verità non si presta a compromessi”. Un monito netto, che richiama le istituzioni italiane e non solo alla responsabilità di non archiviare il caso come una pagina scomoda della storia recente. Perché la verità, ribadisce il capo dello Stato, non può essere negoziata.
Intanto la storia di Giulio continua a vivere anche attraverso la cultura. È arrivato nelle sale Tutto il male del mondo, il documentario che ricostruisce la sua vicenda, dando voce ai fatti, ai silenzi e alla battaglia instancabile dei genitori. Non è solo un racconto di cronaca, ma una domanda aperta rivolta a chi guarda: fino a che punto siamo disposti a difendere i diritti umani, quando farlo ha un costo?
Nel paese d’origine di Regeni, una mostra a lui dedicata si tinge simbolicamente di giallo, il colore diventato negli anni il segno della richiesta di verità. Un colore che resiste, che non sbiadisce, come non si spegne la mobilitazione di studenti, associazioni e cittadini che continuano a chiedere “Verità per Giulio”.
A dieci anni di distanza, la vicenda Regeni parla ancora ai giovani. Parla di libertà di ricerca, di coraggio civile, di diritti che non dovrebbero conoscere confini. E ricorda che il silenzio, quando diventa abitudine, rischia di essere la sconfitta più grande. Per questo, oggi come allora, la domanda resta la stessa: quanta verità siamo disposti a pretendere?
26/01/2026







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