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La FIGC di Malagò, la rivoluzione che parte in salita: tra il caso Bianchedi e il rebus Nazionale

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La rivoluzione promessa da Giovanni Malagò è cominciata, ma la nuova FIGC deve ancora trovare il proprio equilibrio. A meno di due mesi dalla sua elezione alla presidenza federale, l’ex numero uno del CONI si trova a gestire una serie di dossier che raccontano quanto sia complesso cambiare il calcio italiano: il rapporto con Paolo Maldini, il caso Andrea Pirlo, la scelta di Roberto Mancini come commissario tecnico e, soprattutto nelle ultime ore, la discussa nomina di Diana Bianchedi a capodelegazione della Nazionale.

Malagò è stato eletto presidente della FIGC il 22 giugno con il 68,58% dei voti, battendo Giancarlo Abete e raccogliendo il testimone da Gabriele Gravina dopo otto anni di presidenza.  La sua investitura aveva un significato preciso: aprire una fase nuova e affrontare quei problemi strutturali che, secondo lo stesso Malagò, negli ultimi anni hanno frenato il calcio italiano.

«Da solo non posso fare niente. Con voi posso fare tutto», disse subito dopo l’elezione. Una frase che oggi assume quasi un valore programmatico: la vera partita della sua presidenza è infatti diventata quella della costruzione di una squadra e di una catena decisionale capaci di reggere le inevitabili tensioni.

Maldini, Pirlo e una partenza più complicata del previsto

Il primo progetto forte di Malagò è stato affidare a Paolo Maldini il ruolo di direttore tecnico e la presidenza del Club Italia, con Leonardo come advisor. L’obiettivo dichiarato era costruire un’area tecnica capace di occuparsi non soltanto della Nazionale maggiore, ma dell’intera filiera azzurra fino alle giovanili. 

Il progetto, però, è durato poco.

Maldini e Leonardo hanno lasciato la FIGC dopo divergenze sulla linea da seguire e sulla gestione della Nazionale. Nel frattempo è saltata anche la soluzione Andrea Pirlo, che Malagò ha spiegato di avere considerato molto seriamente prima di cambiare strada. Il presidente federale ha raccontato che la collaborazione di Pirlo con un sito di scommesse russo aveva fatto emergere elementi che lo avevano portato a riconsiderare la candidatura. 

Il risultato è che quella che avrebbe dovuto essere una scelta tecnica lineare si è trasformata in uno dei primi cortocircuiti della nuova gestione.

Mancini e la scelta della Nazionale

La panchina azzurra è così diventata il centro politico e sportivo della nuova FIGC. Malagò ha individuato in Roberto Mancini il profilo giusto per guidare l’Italia, mentre il rapporto con Maldini ha evidenziato una differenza di vedute sulla gestione dell’area tecnica.

È un passaggio delicatissimo perché l’Italia arriva da una nuova, dolorosa esclusione dal Mondiale. La Federazione deve dunque ricostruire non soltanto una squadra, ma anche credibilità e identità dopo il terzo fallimento consecutivo nella qualificazione alla Coppa del Mondo.

Malagò ha scelto di intervenire direttamente sui vertici tecnici: prima il direttore tecnico, poi il commissario tecnico. Era stata questa la linea annunciata già nel primo Consiglio federale della sua gestione. 

La nomina di Maldini sembrava rappresentare il primo tassello. Il suo addio ha invece aperto una ferita che la Federazione deve ancora chiudere.

Il nuovo fronte: Diana Bianchedi

Ora il dossier più delicato è quello di Diana Bianchedi.

Malagò ha annunciato la scelta dell’ex schermitrice olimpica come nuova capodelegazione della Nazionale, motivandola con il suo profilo internazionale e istituzionale. Il problema è che Bianchedi è anche vicepresidente vicaria del CONI.

Ed è proprio il CONI ad aver aperto una verifica sulla possibile incompatibilità del doppio incarico. L’organismo olimpico ha comunicato di avere attivato gli uffici e gli organismi competenti per valutare eventuali profili di opportunità, inconferibilità e incompatibilità. 

La FIGC, dal canto suo, sostiene che quello assegnato a Bianchedi sia un ruolo prevalentemente di rappresentanza e non ravvisa, allo stato, un conflitto tale da impedire la nomina. 

Il punto politico, però, va oltre la questione formale.

Perché Malagò, fino a pochi mesi fa presidente del CONI, oggi guida la FIGC. E la scelta di una delle figure di vertice del Comitato olimpico per un incarico nella Federazione calcistica rischia inevitabilmente di trasformarsi in un test sui rapporti tra i due organismi.

La vera sfida di Malagò

La domanda, a questo punto, non è soltanto se la rivoluzione di Malagò sia giusta o sbagliata. È se la nuova governance sia già riuscita a trasformare le idee in una struttura stabile.

Il presidente ha scelto di cambiare molto e rapidamente. Ha puntato su nuovi uomini, ha provato a ridisegnare l’area tecnica e ha messo la Nazionale al centro del progetto. Ma proprio la velocità delle scelte ha prodotto una sequenza di stop and go che rischia di alimentare l’impressione di una Federazione ancora alla ricerca della propria fisionomia.

Il caso Bianchedi è, sotto questo profilo, emblematico. Non è soltanto una questione di nomine. È una questione di metodo, rapporti istituzionali e percezione dell’autonomia della FIGC.

La partita è appena iniziata. E la FIGC non può permettersi che la rivoluzione resti confinata alle stanze dei vertici: il vero giudizio arriverà dal campo, dalla Nazionale e dalla capacità di rimettere ordine in un sistema che da anni convive con tensioni, veti incrociati e riforme rimaste spesso sulla carta.

La frase pronunciata da Malagò il giorno dell’elezione, allora, resta la chiave di tutto: «Da solo non posso fare niente». Adesso bisogna capire se la squadra scelta dal presidente sarà davvero in grado di fare tutto ciò che lui ha promesso.

 


12/08/2026

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